Antiqua 2020

Quasi a voler dar ragione a chi crede nel vecchio adagio “anno bisesto, anno funesto”, il 2020 ha visto l’Italia dibattersi contro un’epidemia in tutto e per tutto simile a quella che un secolo fa falcidiò tutti i paesi del mondo. Nonostante il continuo progresso della medicina e la disponibilità di tecnologie avanzatissime, nei primi mesi di quest’anno tutti noi siamo stati costretti a chiuderci in casa, per salvarci da una pandemia che ha imperversato impietosamente, causando infiniti lutti e gravissimi danni a tutti i settori economici.

Da questa sciagura non si è salvata nemmeno la musica, che ha visto tutti i teatri e le sale da concerti malinconicamente chiusi, in attesa che qualcosa potesse spezzare un silenzio, che tutti noi abbiamo sentito intollerabile.

Oggi, dopo mesi di lockdown e di preoccupazioni per i nostri cari e il nostro futuro, si vede finalmente una luce all’orizzonte, che ci fa sperare che le cose possano di nuovo procedere come prima e che possa avverarsi il mantra “andrà tutto bene” che abbiamo sentito ripetere instancabilmente giorno dopo giorno, anche quando sembrava non esserci più speranza.

Il 21 giugno, solstizio d’estate, l’Accademia del Ricercare inaugurerà la XXVI edizione di Antiqua, con due settimane di ritardo rispetto al cartellone concepito alla fine del 2019, quando il mondo era completamente diverso. Si tratta di un risultato che ci rende tutti felici e pieni di riconoscenza nei confronti di quanti – dai funzionari degli enti territoriali e delle fondazioni bancarie ai numerosi appassionati che ci hanno scritto in questi giorni difficilissimi – ci hanno dato fiducia e ci hanno fatto percepire quanto mancasse loro la musica – la “nostra” musica – e l’importanza che ha per molti il nostro impegno a proporre concerti di alto livello con artisti e ensemble di primo piano.

Per rendere assolutamente sicura la fruizione di tutti i concerti, lo staff dell’Accademia del Ricercare seguirà alla lettera tutti le prescrizioni richieste dal Governo e dall’Amministrazione regionale, fornendo le mascherine a chi ne fosse sprovvisto, collocando all’ingresso i dispenser per l’igienizzazione delle mani, garantendo scrupolosamente il distanziamento interpersonale e provvedendo a igienizzare tutte le sedi di concerto, per una doverosa cura nei confronti di quanti ci seguono da anni.

Il Covid-19 ha colpito tutti duramente e nessuno di noi potrà mai dimenticare tutta la sofferenza e l’angoscia che abbiamo provato. Per questo, oggi più che mai, vi invitiamo a venire ai nostri concerti, per sentirci più vicini e più fratelli e ricordare con affetto i nostri cari che ci hanno lasciato, facendoci come sempre conquistare da quell’indicibile miracolo che è la musica barocca.

Giovanni Tasso

Il calendario generale
dei concerti di Antiqua 2020

Leggi online il
programma del festival

News, live blogging
e backstage del festival

DOM
21.06

ORE 21.15
Chiesa di San Vincenzo
Settimo Torinese

Accademia del Ricercare
La Cantata Italiana nel 600

Insieme a Caravaggio, Alessandro Stradella è una delle figure più affascinanti del Barocco italiano, non solo grazie a un talento smisurato, ma anche a una vita tormentata e perennemente in fuga, che contribuisce a renderlo molto simile ai protagonisti dei romanzi dei giorni nostri. Come il celebre pittore, Stradella morì ancora giovane, a soli 38 anni, ucciso da una pugnalata infertagli dai sicari di Giovan Battista Lomellini, un nobile genovese che volle in questo modo vendicare l’onore di sua sorella che – a suo modo di vedere – il compositore aveva sedotto impartendole lezioni di musica.

Questo tragico epilogo pose bruscamente fine a una produzione molto vasta, che comprendeva già otto drammi e commedie per musica, sei oratori sacri – che molti considerano tra i massimi capolavori del compositore di Nepi – e una vasta messe di cantate di carattere sia spirituale sia profano.
Uno degli aspetti più emblematici dello stile di Stradella è costituito dalla sua accesa e vibrante teatralità, che trova piena espressione non solo nelle opere concepite per la rappresentazione teatrale, ma anche nei lavori scritti per le esecuzioni in spazi privati come le cantate, che – anche nell’ambito spirituale – raggiungono spesso accenti molto tesi e brillanti, che esaltano con impressionante immediatezza gli affetti del testo.

MERC
24.06

ORE 21.15
Chiesa della Misericordia
Torino

Cappella Viscontea
da Bach a Bach

Un viaggio dentro la musica che ha influenzato la formazione artistica del giovane Johann Sebastian Bach. Dalla musica di C. Bernardht, attivo alla Corte di Dresda come cantante e compositore, dal quale prenderà spunti melodici per i corali, al grande D. Buxtheude figura di riferimento assoluto, sino al meno conosciuto ma non meno importante zio, Johann Christoph Bach, anch’egli organista e compositore, ammirato da tutta la famiglia Bach e ritenuto il suo vero precursore.
Dalle sue composizioni vocali, due “Lamenti” per alto viole da gamba e violino concertante. Dello stesso periodo, una composizione Karl Abel virtuoso violista da gamba tedesco del Settecento e in ultimo, del giovane Johann Sebastian, la pregevole “Widerstehe doc der Sunde “(Resisti al peccato), la sua prima cantata composta per voce solista, eseguita a Weimar nel 1714.

L’ensemble Cappella Viscontea nasce vent’anni fa, con l’intento di valorizzare giovani musicisti specializzati nel repertorio del periodo barocco e nella ricerca e trascrizione di musiche inedite di compositori piemontesi.
Il gruppo, versatile nella sua composizione in base ai programmi proposti, ha al suo attivo numerosi concerti nei festival di musica barocca nazionali ed internazionali e i suoi elementi, collaborano con le più importanti realtà musicali italiane ed europee.

VEN
26.06

ORE 21.15
Chiesa dei Santi Pietro e Solutore
Romano Canavese

A due cori
Ensemble i Luoghi dello Spirito, Ensemble Les Nations

Il Seicento vede una grandissima produzione di musica sacra, spinta e incoraggiata dalle Riforme, luterana e cattolica. Intenzionati a coprire tutti gli ambiti della devozione, liturgica e non, i compositori adottano e sperimentano diversissime forme musicali, a volte mutuandole dalla tradizione profana. Ecco che le messe possono essere cantate a voci sole, a due cori, a voci con strumenti; la devozione non liturgica si può esprimere in stili che ricordano la musica profana, come accade con gli oratori e le cantate sacre e spirituali.

Il concerto di stasera presenta l’opera di un musicista che ha operato presso la cattedrale di Ravenna agli inizi del Seicento, Giovanni Ghizzolo, molto noto ed apprezzato alla sua epoca. La Messa ha la particolarità di prevedere espressamente un coro vocale e un coro strumentale, con un effetto coloristico estremamente interessante. L’interesse di Ghizzolo per gli strumenti si manifesta anche nella composizione di alcuni brani strumentali, tra cui la canzon “La Grilla”, presente nella stessa raccolta (1619) che contiene la messa.
Nato a S. Agata Feltria, Angelo Berardi era particolarmente noto alla sua epoca come teorico della musica, ma le sue composizioni per voci sole in stile drammatico, come lo è la cantata dedicata alla Madonna eseguita nella serata, mostrano una particolare ricerca espressiva e una caratterizzazione dei personaggi, dipinti con caratteristiche forti e definite, in puro stile controriformistico.

DOM
28.06

ORE 21.15
Chiesa di S. Genesi
Castagneto Po

Ensemble: Tripla Cadenza
Verso il classicismo…

Gli inarrivabili capolavori di Johann Sebastian Bach e Georg Friedrich Händel chiusero di fatto il periodo barocco, che viene fatto convenzionalmente partire nel 1600, anno della rappresentazione della prima opera della storia, l’Euridice di Jacopo Peri e Ottavio Rinuccini, e della pubblicazione dei Cento Concerti Ecclesiastici di Lodovico da Viadana, la prima raccolta a prevedere chiaramente il basso continuo, e terminare nel 1750, anno della morte del sommo Cantor lipsiense.

A quel punto, per procedere, la musica doveva cambiare completamente registro e cercare vie che fino a quel momento non erano ancora state battute e – forse – nemmeno immaginate. Semplificando molto, in quel periodo si registrarono due importanti novità.

La prima era rappresentata dall’abbandono delle monumentali architetture barocche, basate su una complessa scrittura polifonica, a vantaggio di una cantabilità più ampia e distesa, con la rapida scomparsa del basso continuo. Questo approccio trovò espressione nello stile galante, che – per ironia della sorte – vide tra i suoi esponenti di spicco Johann Christian Bach, ultimogenito di Johann Sebastian, trasferitosi prima a Milano e poi a Londra, dove ottenne un grande successo al fianco di Carl Friedrich Abel, prima di morire nel gennaio del 1782 in un triste stato di indigenza a soli 46 anni di età. Nel solco dello stile galante di chiara matrice italiana si collocò anche Johann Joachim Quantz, autore di una vastissima messe di sonate e di concerti per flauto di scarsa originalità, che scrisse per il suo allievo più famoso, Federico II di Prussia.

La seconda strada fu intrapresa dagli artisti – non solo musicisti, ma anche poeti – che aderirono allo Sturm und Drang (“Tempesta e Assalto”), una corrente che opponeva alla patinata Weltanschauung dell’ancien régime una poetica improntata agli struggimenti dell’animo umano, prefigurando le atmosfere al tempo stesso inquietanti e fascinose del Preromanticismo. Lo Sturm und Drang conobbe un successo tanto vasto quanto effimero, che si manifestò in molte opere di Franz Joseph Haydn e Carl Philipp Emanuel Bach, il custode più fedele dell’eredità musicale della dinastia di cui faceva autorevolmente parte.
Dal ceppo di queste esperienze contrastanti nel giro di pochi anni sarebbe fiorito lo stile passato alla storia con il nome di Classicismo viennese, condotto alla fine del XVIII secolo alla più alta perfezione da Haydn e Mozart. Giovanni Tasso

VEN
03.07

ORE 21.15
Castellamonte Castello

Alio modo
Carolan e i suoni del Barocco Irlandese

Carolan e i suoni del Barocco Irlandese
“Trovandosi un giorno nella casa di un nobile irlandese, dove era presente un musicista che era eminente nella professione, Carolan immediatamente si mise in competizione con lui per una prova di abilità. Per stare al gioco, il suo signore persuase il musicista ad accettare la sfida, ed egli suonò dunque sul suo violino il V concerto [sic] di Vivaldi. Carolan, afferrando l’arpa, suonò l’intero pezzo dopo di lui, senza dimenticare una nota, nonostante non lo avesse mai sentito prima, cosa che produsse una certa sorpresa; ma la sorpresa aumentò quando li assicurò che avrebbe potuto eseguire un altro concerto della stessa raffinatezza componendolo all’istante…” Oliver Goldsmith, History of Carolan, the Last Irish Bard, 1760.

Nell’Irlanda dei primi del settecento, profondamente legata alle proprie tradizioni culturali quanto segnata da drammatiche vicende religiose e politiche, emerge la figura di un musicista e poeta, ultimo esponente della lunga schiera dei bardi: Turlough O’Carolan. Arpista e compositore, vive e lavora visitando le big houses dei nobili irlandesi, rispettato ed accolto come si conviene ad un ospite importante. Egli celebra con la sua arte gli eventi più significativi della storia di una famiglia e ne allieta i momenti di festa con ineguagliabile maestria. È in tale contesto che nascono le sue composizioni, i planxty, dedicati ai suoi mecenati, lament e slow air, jig e brani celebrativi dei diversi momenti importanti della vita intima e sociale.

DOM
05.07

ORE 18.00
Chiesa di Santo Stefano, Candia C.se

I Solisti dell’Accademia
Tra Lipsia, Halle e Amburgo

Per un imperscrutabile arabesco del destino, nel giro di poco meno di quattro anni, dal 1681 al 1685, in Germania videro la luce tre dei più grandi compositori della storia della musica, che sarebbero diventati gli esponenti di gran lunga più rappresentativi dell’ultimo scorcio del Barocco.

Nonostante queste corrispondenze anagrafiche, questi colossi della musica svilupparono personalità artistiche molto diverse tra loro, in quanto Johann Sebastian Bach diede il meglio di sé nel repertorio sacro, Georg Friedrich Händel si distinse nell’opera seria italiana e – in seguito – nell’oratorio inglese, mentre Georg Philipp Telemann eccelse soprattutto nella produzione strumentale, nella quale seppe fare coesistere armoniosamente elementi delle tradizioni musicali di numerosi paesi stranieri, non solo la Francia e l’Italia – eterne rivali per il predominio continentale – ma anche la Polonia, la Boemia e l’Ungheria, un fatto che ha spinto alcuni musicologi a definirlo il primo compositore veramente europeo.

Tra di loro vi fu sempre una profonda stima reciproca, come dimostra il fatto che Bach scelse Telemann come padrino per il suo secondogenito Carl Philipp Emanuel e cercò – purtroppo senza successo – di incontrare per ben due volte Händel, di passaggio in Germania dopo essersi trasferito in Inghilterra, mentre l’autore del Messiah e Telemann intrattennero per anni una fitta corrispondenza, non limitandosi a scambiarsi opinioni su temi musicali, ma discettando anche di altri argomenti come la botanica, di cui erano entrambi appassionati.

VEN
10.07

ORE 21.15
Chiesa di S. Vincenzo
Settimo T.se

ACCADEMIA DEL RICERCARE
Le radici della musica strumentale tra Inghilterra e Germania

Il primo compositore inglese a dedicarsi con intenti esplicitamente artistici al repertorio strumentale fu William Byrd, autore oggi conosciuto soprattutto per la sua raffinata produzione sacra, concepita sia per il rito cattolico sia per la nuova chiesa anglicana fondata da Enrico VIII. Byrd seppe spingersi oltre l’eclettica tradizione di danze popolari in gran parte improvvisate che era fiorita sull’isola fino a quel momento, sia nelle sue opere per organo e clavicembalo sia nelle sue splendide fantasie per consort di viole da gamba, il cui stile riecheggia spesso modelli francesi e italiani, con una agile scrittura imitativa che venne adottata da molti compositori delle due generazioni successive, tra cui il grande John Dowland.

A differenza di Byrd, compositore cattolico tollerato dall’anglicana Elisabetta I per eccezionali meriti artistici, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo molti musicisti inglesi furono costretti a lasciare la patria per sfuggire alle persecuzioni religiose o – più semplicemente – per cercare un’occupazione più remunerativa. Tra di essi vi era William Brade, che approdò in Germania intorno al 1590 e passò da una corte all’altra spinto da un carattere inquieto e un’indole dissoluta, come ci è stato testimoniato da una lettera del conte di Bückeburg, che lo descrive come «un frequentatore di cattive compagnie». Brade si dedicò esclusivamente al repertorio strumentale, con una particolare predilezione per le danze, spesso basate su vivide immagini, come la Danza dei Satiri, e su struggenti evocazioni della sua isola, sulla quale non fece più ritorno.

LUN
27.07

ORE 21.15
Chiesa dei Santi Pietro e Solutore
Romano C.se

Concerto dei docenti dei Corsi Internazionali
I colori del Barocco – Varietà di timbri nella musica del Settecento

Come si può capire dalle tele dei grandi pittori del XVII secolo, la poetica del Barocco è caratterizzata da accesi contrasti di luci e ombre e da una ricchissima varietà di sfumature, che contribuiscono a definire il carattere dei personaggi e degli eventi rappresentati. Questi principi trovarono espressione in campo musicale nella teoria degli affetti, un complesso sistema retorico che si poneva l’obiettivo di suscitare le passioni degli ascoltatori tramite mezzi che vennero codificati in diversi trattati scritti nel corso del XVII secolo, come il compendioso Musurgia universalis di Athanasius Kirchner. In questo modo, oltre a precise formule armoniche e melodiche, in questo periodo vennero elaborate precise correlazioni tra i sentimenti umani e gli strumenti, in base alle quali al suono delicato del flauto traversiere venne associato il sonno e – non di rado – la morte.

Questa tendenza determinò un rapido allargamento delle formazioni strumentali, che da compagini di archi sostenute da un basso continuo più o meno nutrito si trasformarono nel giro di pochi decenni in vere e proprie orchestre, grazie all’inserimento di un numero sempre maggiore di strumenti a fiato, prima gli oboi e i corni e poi i flauti traversieri e i fagotti e – a partire dalla metà del XVIII secolo – gli chalumeaux, i predecessori del clarinetto. Le trombe e i timpani continuarono invece a venire aggiunti in base alle necessità, fino a quando entrarono a fare stabilmente parte delle orchestre. A ogni buon conto, va detto che lo sviluppo delle orchestre non fu causato tanto dalla adesione alla teoria degli affetti, quanto dalle aspirazioni dei signori dell’epoca, che miravano a sottolineare la loro potenza con lo splendore dei loro possedimenti e – quindi – anche delle loro orchestre.

VEN
31.07

ORE 21.15
Chiesa di Santa Marta
Romano Canavese

Concerto degli studenti del Corso:
GIOIELLI DEL BAROCCO

Opere di

  • Georg Friedrich Händel,
  • Georg Philipp Telemann,
  • Antonio Vivaldi,
  • Marin Marais e François Couperin

Docenti del Corso Internazionale di Musica Antica

  • Teresa Nesci, soprano
  • Kees Boeke, Lorenzo Cavasanti, Manuel Staropoli, flauto dolce e traversiere
  • Rubens Kuffer, flagioletto
  • Arianna Zambon, oboe barocco
  • Massimiliano Limonetti, chalumeaux
  • Silvia Colli, violino barocco
  • Luca Taccardi, viola da gamba
  • Antonio Fantinuoli, violoncello barocco
  • Federico Bagnasco, violone
  • Ugo Nastrucci, liuto, tiorba e chitarra barocca
  • Claudia Ferrero, clavicembalo

DOM
02.08

ORE 20.00
Chiesa dei Santi Pietro e Solutore
Romano Canavese

CONCERTO FINALE:
IL BAROCCO DA SCOPRIRE

Opere di

  • Michael Praetorius, Antonio Vivaldi,
  • Johann Sebastian Bach,
  • Georg Philipp Telemann, Georg Friedrich Händel

Ensemble strumentali e vocali del corso:

  • Consort Rinascimentale
  • Orchestra Barocca
  • Ensemble Vocale
  • Banda degli Oboi

Con la collaborazione dello stage di Danza Storica tenuto da Bernard Girardi

Docenti del Corso Internazionale di Musica Antica

  • Teresa Nesci, soprano
  • Kees Boeke, Lorenzo Cavasanti, Manuel Staropoli, flauto dolce e traversiere
  • Rubens Kuffer, flagioletto
  • Arianna Zambon, oboe barocco
  • Massimiliano Limonetti, chalumeaux
  • Silvia Colli, violino barocco
  • Luca Taccardi, viola da gamba
  • Antonio Fantinuoli, violoncello barocco
  • Federico Bagnasco, violone
  • Ugo Nastrucci, liuto, tiorba e chitarra barocca
  • Claudia Ferrero, basso continuo e clavicembalo

Manuel Staropoli, direttore artistico

GIO
03.09

ORE 21.15
Chiesa di Santa Marta
Romano Canavese

Lo Scrigno di Orfeo
Adriano Banchieri – Trattenimenti da Villa a 5 voci concertati nel Chitarrone

Laura Lanfranchi, Teresa Nesci, soprani

Gianluigi Ghiringhelli, alto

Enrico Bava, basso

Ugo Nastrucci, chitarrone

LUN
14.09

ORE 21.15
Teatro Gobetti
S. Mauro T.se

Concerti di Dresda
Concerti di Dresda

Nel 1716 il giovane violinista Johann Georg Pisendel si recò a Venezia per apprendere le ultime tendenze musicali, con le quali mirava a consolidare la sua già prestigiosa posizione di primo violino della Hofkapelle di Dresda. Nel corso del suo lungo soggiorno nella Serenissima ebbe la possibilità di conoscere molti dei più eminenti compositori dell’epoca, primo tra tutti Antonio Vivaldi. Tra i due nacque una sincera stima, testimoniata dalle opere che il Prete Rosso dedicò al più giovane collega tedesco. Dopo il suo ritorno in patria, Pisendel si mantenne in contatto con Vivaldi, chiedendogli di scrivere una serie di concerti per quella che era considerata l’orchestra migliore d’Europa. Questa straordinaria perizia strumentale trova conferma nel Concerto RV. 577, uno dei più famosi “concerti per molti instrumenti” scritti dal compositore veneziano, caratterizzati da una eccezionale ricchezza timbrica, garantita dalla presenza di ben cinque strumenti a fiato, tra i quali si mettono in grande evidenza il fagotto e l’oboe, che nel Largo non molto intesse un canto di incantevole purezza, che forma un gradevole contrasto con la coinvolgente vitalità degli altri due movimenti.

Intorno al 1718 Pisendel – in un certo senso protagonista di questa breve nota, anche se il programma di questo concerto non comprende nessuna sua opera – decise di dedicarsi anche alla composizione, una scelta che lo spinse a perfezionarsi con quello che era considerato l’autore più brillante della cappella musicale di Dresda, vale a dire Johan David Heinichen. Nato in un piccolo villaggio della Sassonia, Heinichen intraprese la stessa strada di diversi suoi autorevoli contemporanei come Johann Kuhnau, Georg Philipp Telemann e Christoph Graupner, iscrivendosi alla facoltà di Legge, per poi seguire le ragioni del cuore e dedicarsi completamente alla musica. Per un’incredibile combinazione, nel 1716 anche Heinichen approdò a Venezia, dove incontrò Pisendel e il ventenne Augusto III, futuro principe elettore di Sassonia e re di Polonia, che gli offrì un incarico molto prestigioso alla cappella di Dresda. Ai suoi tempi, Heinichen godette di una notevole fama per le sue opere vocali, sia sacre sia profane, mentre oggi è ricordato soprattutto per la sua pregevole produzione strumentale, che nel corso degli ultimi anni ha contribuito a renderlo uno degli autori più interessanti e fantasiosi della prima metà del XVIII secolo.

GIO
17.09

ORE 20.15
Chiesa di S. Raffaele Arcangelo
S. Raffaele

IL Coro da Camera di Granada
Aziz Samsaoui Ensemble Medioevale – “Esperienze Musicali del primo viaggio in torno alla terra”

Il Coro da Camara di Granada è una formazione vocale diretta da Jorge Rodríguez Morata ed è stata fondata con il desiderio di partecipare a programmi monografici che si evolvono attorno alla musica antica. Uno dei loro interventi più recenti è stato all’ultima edizione del Festival del Re Baudouinl, tenutosi a Motril, dove hanno interpretato il meraviglioso Stabat Mater di F.J. Haydn. Il rigore della dizione, l’interpretazione, il fraseggio e il numero di elementi che possono essere percepiti nella musica, insieme alla loro qualità vocale, rendono questa formazione un gruppo unico, una garanzia di qualità sia nel loro programma che nella sua interpretazione.

Per il concerto di chiusura dell’edizione 2019 del prestigioso Festival de Musica Antigua di Granada, i solisti del Coro si sono uniti all’Aziz Samsaoui Ensemble Medievale per intraprendere un viaggio musicale in tutto il mondo, ispirato dai grandi viaggiatori spagnoli Magallanes ed Elcano, che furono i primi nella storia a completare questa impresa nel 1519. A tal fine, il repertorio “Around the World in Twelve Works” (Il giro del mondo in dodici opere) ci porta attraverso diverse avventure musicali in una serie di brani vocali e strumentali che possono essere trovati negli archivi musicali di tutti le posizioni geografiche visitate da questi viaggiatori.

Questi includono le città fondamentali di Lisbona, Mactan, Punta Arenas, Guam e Sanlucar de Barrameda. Alcuni di questi pezzi sono noti, ma molti altri sono stati salvati da antichi manoscritti un po ‘più recenti degli effimeri, tuttavia, trasmettono l’intero spirito di un’era di importanti avventurieri. I compositori includono Juan Vasquez, Francisco Guerrero (Spagna) e Gaspar Fernandes (Portogallo) che era il maestro di cappella della Cattedrale del Guatemala, la cui eredità è una meravigliosa miscela della sua padronanza della polifonia rinascimentale unita al sapore delle lingue vernacolari . Tra questi ci sono la ninna nanna Xicochi Conetzintle, la guineana Francisquiya donde vamo o il meticcio Tleycantimo Choquiliya.

VEN
25.09

ORE 20.30
Chiesa di S. Maria Maddalena
Casalborgone
 

Voxonus
Arcangelo Corelli (1653 – 1713) – Concertos transpos’d for Flute Opera VI

A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, Arcangelo Corelli antepose nella sua produzione la qualità alla quantità, cesellando ogni particolare delle sue opere, mentre i suoi colleghi scrivevano centinaia di concerti (Vivaldi) e oltre mille cantate sacre (non solo Telemann, ma anche altri autori come Johann Christoph Graupner). Approdato a Roma poco più che ventenne, Corelli trascorse nella Città Eterna circa quarant’anni, diventando il maestro più autorevole del repertorio strumentale, che portò a livelli di assoluta perfezione in tutti e tre i generi principali, la triosonata, la sonata per violino e basso continuo e il concerto grosso. A quest’ultimo genere dedicò la sua op. VI, una raccolta composta da otto concerti “da chiesa” e quattro “da camera”, che venne pubblicata postuma nel 1714 dall’editore Etienne Roger di Amsterdam. Fin dalla loro prima uscita, questi concerti furono considerati un modello ineludibile di stile, ammirati, celebrati e – spesso – scopiazzati da editori senza troppi scrupoli, che cercarono di lucrare sul nome del compositore che era stato definito il “Novello Orfeo”.

Questa vera e propria Corelli-mania coinvolse gli appassionati di tutta l’Europa, compresi quelli che non suonavano strumenti ad arco e che – quindi – sarebbero dovuti rimanere esclusi dall’esecuzione di questi capolavori. Questo problema fu brillantemente risolto dall’editore londinese John Walsh, che nel 1725 diede alle stampe una rielaborazione in cui i violini solisti venivano sostituiti da altrettanti flauti dolci di diversa taglia, in base alla scrittura di ogni concerto. Questa iniziativa – che era stata pubblicizzata sul quotidiano Daily Post – ottenne un grande successo, contribuendo non solo ad arricchire ulteriormente il già più che florido Walsh (parliamo di un’epoca in cui non esisteva ancora il diritto d’autore), ma anche a perpetuare la fama del compositore italiano e a diffonderne la musica e lo stile. Con questo organico, i concerti grossi di Corelli assumono un’immagine diversa, ma comunque molto attraente e non lontana dallo spirito originario, come si può notare soprattutto nel celebre Concerto “Fatto per la notte di Natale”, che con i flauti assume una delicata atmosfera pastorale, che evoca lo stupore provato dai pastori di Betlemme di fronte alla greppia in cui riposava il Bambinello.

VEN
02.10

ORE 21.15
Collegiata S. Maria della Scala (Duomo), Chieri

Accademia del Ricercare – Corale Universitaria
Le grandi produzioni di Antonio Vivaldi (1678 – 1741)

Dopo le Quattro Stagioni, l’opera più conosciuta di Vivaldi è senza dubbio il Gloria RV. 589, un lavoro dai toni esultanti, che può essere visto al tempo stesso come una celebrazione della potenza ormai decadente della Serenissima – che meno di un secolo dopo, nel 1797, sarebbe stata ceduta da Napoleone all’impero asburgico nel quadro del Trattato di Campoformio – e come un fedele specchio della quantitativamente limitata ma pregevolissima produzione sacra del Prete Rosso. In quest’opera sono infatti presenti tutti gli elementi della poetica vivaldiana, a partire dal grandioso incipit iniziale – diventato con il Te Deum di Charpentier una delle icone del genere sacro barocco – che abbina un incisivo tema con salti d’ottava degli archi gravi a un disegno più scorrevole e inconfondibilmente veneziano dei violini, con il coro che proclama con un poderoso panneggio omofonico la gloria di Dio e la tromba e l’oboe che sottolineano la solennità del testo. In seguito Vivaldi alterna con sapienza passaggi corali polifonici (“Et in terra pax” e “Cum Sancto Spiritu”), arie con strumento obbligato (“Domine Deus rex celesti”, per soprano, violino e oboe), un duetto (“Laudamus Te”, per due soprani e archi), momenti solenni (ancora “Et in terra pax”) e altri dai toni esultanti (il primo e l’ultimo movimento). Un discorso a parte merita il “Domine Deus”, a parere di chi scrive uno dei vertici più alti dell’arte vivaldiana, che vede assoluto protagonista il contralto, la cui struggente invocazione viene punteggiata dagli accorati “Miserere nobis” del coro, raggiungendo un’intensità sofferta e del tutto convincente, che trova pochissimi confronti nella produzione sacra del Prete Rosso, nella quale si percepiscono spesso tracce di elementi teatrali.

Nello stesso periodo in cui venne composto il Gloria vide la luce anche il Magnificat RV. 610, un’opera dalla genesi insolitamente complessa per un compositore dalla penna rapidissima come il Prete Rosso. Dopo la prima stesura per le putte della Pietà, qualche anno più tardi Vivaldi rimaneggiò l’opera per il convento cistercense di Osek (nella cui biblioteca è conservata una copia manoscritta), rivedendo in particolare le voci gravi per i registri maschili (come si può immaginare, il coro della Pietà era composto esclusivamente da voci femminili, alcune delle quali in grado di scendere a note molto gravi) e sviluppando in maniera considerevole il terzetto “Sicut locutus est”, nel quale diede maggiore rilievo agli oboi obbligati. Inoltre, nella nuova versione l’organico venne diviso in due cori, anche se sotto l’aspetto strutturale l’opera rimane chiaramente monocorale, mirabile nella sua concisione, una qualità che non si associa spesso ai capolavori barocchi.

SAB
04.10

ORE 21.15
Chiesa di San Raffaele Arcangelo
San Raffaele Cimena

Ensemble Sergio Gaggia
OMAGGIO A BEETHOVEN NEL 250° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

La ricorrenza del 250° anniversario della nascita di Beethoven può essere l’occasione giusta per riconsiderare la produzione di quello che è giustamente considerato tra i compositori più carismatici di tutti i tempi e – magari – di andare alla scoperta di qualche opera giovanile, dando per una volta un’occhiata al laboratorio creativo di un genio ancora incredibilmente attuale.

Nel 1792 Beethoven si stabilì definitivamente a Vienna per cercare di ritagliarsi un posto di spicco nella città che da un anno era rimasta orfana di Mozart.

In quel periodo, tra lo scoppio della Rivoluzione francese e l’inizio dell’epopea napoleonica, il successo di un compositore desideroso di fare carriera non passava più tanto da un sicuro impiego in una cappella musicale, quanto dal favore di un aristocratico disposto a fare da mecenate e a presentare i suoi protetti negli ambienti più prestigiosi. Per questo, negli ultimi anni del XVIII secolo Beethoven cominciò a esibirsi sia come compositore sia come pianista in alcuni dei salotti più raffinati di Vienna, stringendo – a dispetto del suo carattere ombroso, che aveva spinto Haydn ad affibbiargli il soprannome di “Gran Mogol” – importanti amicizie con alcuni dei nobili più in vista dell’epoca. Il 6 aprile del 1797 Beethoven si ritrovò così nella casa di Ignaz Schuppanzigh – violinista di buon talento, che sarebbe stato uno degli amici più preziosi degli ultimi difficili anni di vita del Maestro di Bonn – dove venne eseguito il Quintetto per pianoforte e strumenti a fiato op. 16, che aveva dedicato al principe Karl Philipp Schwarzenberg, che pochi anni più tardi sarebbe stato uno dei più valorosi comandanti asburgici contro le dilaganti armate francesi. Pur essendo legato in maniera evidente agli stilemi convenzionali del repertorio salottiero del Classicismo viennese, il Quintetto op. 16 è un’opera fresca e di gradevolissimo ascolto, nella quale si può percepire distintamente quella coinvolgente irruenza che sarebbe diventata una delle cifre distintive della poetica beethoveniana. Quest’opera venne concepita per un organico piuttosto insolito, che al pianoforte abbinava l’oboe, il clarinetto, il fagotto e il corno, la stessa formazione per la quale dodici anni prima – nel 1784 – Mozart aveva scritto il Quintetto K. 452. Sotto l’aspetto formale, quest’opera presenta una netta prevalenza del pianoforte sugli altri strumenti, con i quali comunque intesse un dialogo assai gradevole, con un rapporto non molto diverso rispetto a quello che caratterizzava le trascrizioni cameristiche dei suoi concerti per pianoforte e orchestra, che in quel periodo erano tra le opere più apprezzate nei salotti nobiliari viennesi. I due quintetti rivelano una profonda analogia anche sotto il profilo strutturale, con un Allegro moderato preceduto da una breve introduzione lenta, secondo il modello haydniano, e seguito da un Andante dai toni deliziosamente cantabili e da un vivace Rondò conclusivo

Come sempre, ad Antiqua è integrato il Corso Internazionale di Musica Antica, un appuntamento irrinunciabile per i giovani musicisti che intendono specializzarsi nel repertorio preromantico, che quest’anno può vantarsi di presentare alcuni tra i docenti più apprezzati a livello europeo. Il Corso sta assumendo una dimensione sempre più internazionale, grazie alla presenza di un numero crescente di ragazzi e ragazze provenienti da altri paesi e di docenti del calibro di Dorothee Oberlinger e Walter van Hauwe. Oltre alle lezioni individuali gli allievi potranno prendere parte a numerosi momenti di musica d’insieme, che il pubblico potrà apprezzare nei concerti dei docenti e degli allievi. Parallelamente al Corso Internazionale di Musica Antica si terrà il Summer Camp, l’appuntamento riservato ai ragazzi e alle ragazze più giovani che  vogliono avvicinarsi al repertorio preromantico con copie di strumenti originali e nel rispetto della prassi esecutiva sei-settecentesca. Si tratta di un progetto estremamente innovativo, che consente ai musicisti in erba di conoscere un nuovo approccio esecutivo.